Charley si avvicinò al prete. — Che cos’è stato, padre? Una stella cadente, no?

Il prete si illuminò. — Forse un segno del Cielo, Charley.

— Io l’ho vista con questi occhi! Una stella cadente!

Padre Herrera lo gratificò di un sorriso fugace e vacuo, poi si allontanò, dedicandosi al compito di guidare il suo gregge spaventato nella casa del Signore. Charley si rese conto di essere stato congedato. Il prete aveva detto una volta a Rosita Estancia che il suo fratello più giovane era un’anima dannata, e Charley lo era venuto a sapere. In un certo senso, ne era rimasto piuttosto lusingato.

Charley sollevò speranzosamente gli occhi al cielo. Ma non c’erano più stelle cadenti. Ormai la piazza era vuota; le dozzine di indiani che l’avevano affollata solo pochi minuti prima avevano trovato un rifugio. Charley guardò allora davanti a sé, verso il negozio di articoli da regalo. La porta si aprì, e ne uscì Marty Moquino, con in mano una bomboletta di liquore vaporizzato, ed una sigaretta a penzoloni all’angolo della bocca.

— Dove sono andati a finire tutti quanti? — domandò Marty Moquino.

— Sono scappati via. Spaventatissimi. - Charley soffocò una risatina. — Avresti dovuto vedere come correvano!

Aveva un po’ paura di Marty Moquino, e lo disprezzava alquanto, ma nello stesso tempo Charley lo considerava come un uomo che aveva fatto molte cose e girato molti luoghi. Marty aveva diciannove anni. Due anni prima aveva lasciato il villaggio ed era andato a vivere ad Albuquerque, e si diceva addirittura che fosse giunto fino a Los Angeles. Era un burlone, un rompiscatole, ma aveva vissuto più di chiunque altro della zona nel mondo dei bianchi. Adesso Marty era ritornato perché aveva perso il lavoro. Si vociferava in giro che facesse l’amore con Rosita Estancia, e Charley lo detestava per questo; eppure sentiva di avere molto da imparare da Marty Moquino. Anche Charley sperava di potersene andare, un giorno, da San Miguel.



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